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San Michele Arcangelo



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San Michele Arcangelo

Anno di costruzione IX-X secolo

IndirizzoGravina di S. Stefano

Coordinate40.614363,16.918035


Chiesa rupestre

Grotta San Michele Arcangelo

Esterno

Caratterizzata da un ingresso rettangolare privo di lunetta ben nascosto dalla macchia mediterranea, si affaccia quasi a strapiombo sulla gravina di Santo Stefano ed è situata a circa 500 metri dalla cripta omonima, sullo stesso costone, non molto distante dall’antico tracciato della Via Appia. Per la posizione isolata e le numerose epigrafi presenti, molte delle quali invocazioni alla Vergine, si ritiene che questa cripta, scavata attorno al IX-X secolo, sia stata un santuario meta di pellegrinaggi e successivamente nascondiglio di briganti. All’esterno della cripta, a circa 5 m. sulla destra, resta una nicchia rettangolare dallo scopo sconosciuto.

Interno

Questa cripta, caratterizzata dalla pianta a trapezio, presenta tre navate e quattro nicchie nella parete frontale più una quinta a sinistra. L’abside, per l’esigenza dell’orientamento liturgico ad Est, si trova a sinistra dell’ingresso e occupa quasi metà della navata laterale (che coincide con il presbiterio), ed è separata dalla navata centrale da un muretto iconostatico detto plùteo su cui si notano diversi graffiti tra cui un leone, simbolo di Cristo nel Medioevo. L’altare non è del tutto saldato alla parete e prevede un piccolo seggio di pietra.

Pittura

Entrando nella cripta, a destra, troviamo un Arcangelo (“Archistratigos”, ovvero generale dell’esercito) su sfondo blu, rappresentato secondo i canoni tradizionali dell’iconografia bizantina con un globo e un’asta in mano e ali aperte ad esprimere maestà e sicurezza, qualità proprie dei protettori della Chiesa. Indossa un mantello rosso chiuso da un fermaglio rotondo decorato su una tunica stretta da una cintura a ricami d’oro. Il volto è deturpato per la mancanza di un occhio. Risale a data incerta individuabile tra il 1100 e il 1200, quasi contemporaneo agli affreschi della cripta di Santo Stefano.

Sulla parete frontale sono presenti due affreschi, uno della Vergine, l’altro di un Santo Abate. La Vergine tiene il Bambino in braccio lateralmente e ai lati del capo sono ben visibili delle lettere greche che costituiscono l’iscrizione esegetica “Madre di Dio”. Risale al 1300 ca. Il secondo affresco, forse un Sant’Antonio Abate o San Benedetto, sembra risalire a ciclo pittorico posteriore, del 1400. Ha in mano un lungo e sottile bastone terminante con una croce greca lobata e una stella formata da una croce greca sovrapposta ad una croce di Sant’Andrea. Anche la testa di questo Santo è nimbata come quella dell’Arcangelo.

A sinistra del Santo Abate è presente un terzo pilastro arretrato di vari centimetri rispetto agli altri e con la parte superiore decorata. L’affresco che ospitava è stato staccato, ma una parte, su cui si può osservare un pezzo di stola crociata, resta ancora nella cripta.

Questa epigrafe, incisa sulla parete destra: «IAQUINTUS FECIT HOC SERIPANDI BONIS… » decifrata dal dott. Roberto Caprara e il cui significato è «Giaquinto (l’architetto) fece questa (chiesa) con i beni di Seripando…» spiega l’origine della cripta: Giovannotto Seripando, il donatore, era membro di un’antica famiglia napoletana e nel 1344 fu cancelliere del Principe Roberto D’Angiò, presso cui aveva acquisito meriti che gli erano valse diverse ricchezze in oro e feudi nel tarantino.

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